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Finalmente qualcosa si muove nel campo legislativo della editoria online. Rimbalza sul Web la decisione della Corte di Cassazione che assolve il direttore di "merate online" dal reato di diffamazione, o per meglio dire, di omesso controllo, perchè non esiste normativa per questo reato. Tra le righe della sentenza 35511 depositata oggi, la Corte Suprema denuncia un vuoto normativo, annullando la condanna del direttore di un giornale telematico che si occupa di cronaca locale perchè il fatto non costituisce reato.

Il direttore era stato condannato dalla Corte d'Appello di Milano nel 2009 dopo che sul sito del giornale era stata pubblicata una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti dell'ex ministro della giustizia Caselli. L'uomo ha impugnato la sentenza dei giudici milanesi, che a suo dire non avevano considerato che il reato di cui all'articolo 57 del codice penale, applicabile ai direttori della stampa, non potesse valere per i direttori dei giornali su internet.

Non solo. La prova della lettera, si legge sul sito Cassazione.net, non poteva venire da una presunta pagina web stampata, anche perchè creare e stampare ex novo una pagina mai diffusa in rete sarebbe estremamente semplice. I giudici della quinta sezione penale hanno dato ragione al giornalista. Secondo il Collegio, "internet non può essere assimilato alla carta stampata; allo stato il sistema non prevede la punibilità ai sensi dell'art. 57 c. p. del direttore di un giornale on line".

Ciò che è interessante nella decisione è il chiaro riferimento agli hosting provider, service provider e coordinatori di forum e blog: non sono "responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e gli hosting provider - hanno spiegato i supremi giudici - a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma in tal caso rispondono di concorso) così qualsiasi tipo di coinvolgimento va escluso per i coordinatori dei blog e dei forum" e per questo anche per "la figura del direttore del giornale diffuso sul web"..

Erano accusati anche di diffamazione i quattro dirigenti Google, ma il giudice li ha condannati a sei mesi solo per il secondo capo di imputanzione, violazione della privacy. Per il primo caso di imputazione, i quattro sono stati assolti perche il fatto non sussiste (così si legge in autorevoli giornali) mentre tre di essi sono stati condannati per violazione delle privacy. A tal proposito sarà interessantissimo leggere la motivazione del giudice per questa assoluzione che sicuramente farà storia nel mondo delle leggi su internet. Ma è certo anche che la condanna per la privacy non è certo un fatto positivo per la libertà di internet e sopratutto per i servizi che sussitino oggi in rete, come i social network, Google news, youtube.

Il fatto già lo si conosce. Si tratta di un video che ritrae dei maltrattamenti di alcuni compagni di classe ad un ragazzo con problemi ed inserito su GoogleVideo. Per questo filmanto scatta la denuncia da parte dei genitori (poi ritirata) a cui si sono costituiti parte civile nel processo un associazione ed il Comune di Milano. Il fatto in se è increscioso.. .come si fa a pubblicare un video così? a diffonderlo?

Ma come fa Google a controllare? E poi... ne ha obbligo?

Peter Fleischer - Privacy Counsel di Google - ricostruisce la vicenda ricordando che Google ha rimosso il video dopo la segnalazione e collaborato alle indagini: «A fine 2006, alcuni studenti di una scuola di Torino si sono filmati mentre maltrattavano un compagno di classe affetto da autismo e hanno caricato il video su Google Video. Vista la natura assolutamente riprovevole del video, è stato rimosso a distanza di poche ore dalla notifica della Polizia. Abbiamo inoltre collaborato con la polizia locale per l'identificazione della persona che lo ha caricato, che è stata poi condannata dal Tribunale di Torino a 10 mesi di lavoro al servizio della comunità, e con lei diversi altri compagni di classe coinvolti. In casi come questo, rari ma gravi, è qui che il nostro coinvolgimento dovrebbe finire. Per essere chiari - dice Fleischer - nessuno dei quattro Googlers incriminati ha avuto niente a che fare con questo video. Non vi erano rappresentati, non lo hanno ripreso, caricato o rivisto. Nessuno di loro conosceva le persone coinvolte e non hanno saputo dell'esistenza di questo video fino a quando non è stato rimosso».

Interessante anche un altro passaggio della nota di Peter Fleischer: «La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. (ndr vedi Art.15) La motivazione, che condividiamo, è che questo meccanismo di "segnalazione e rimozione" avrebbe contribuito a far fiorire la creatività e la libertà di espressione in rete proteggendo al contempo la privacy di ognuno. Se questo principio viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme - ogni singolo testo, foto, file o video - il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire. Si tratta di questioni di principio importanti, ed è per questa ragione che continueremo a sostenere i nostri colleghi in tutto il percorso dell'appello».

Quindi il discorso di sposta sulla responsabilità di un gestore di un sito quando un utente posta un contenuto nel suo blog, un post nel forum, o un semplice commento. Non ci sentiamo di anticipare, non avendo ne basi ne conoscenze, la motivazione dell'assoluzione per diffamazione - come si legge sul web non sia stato riconsciuto il dolo - ma sembra sensato pensare come il giudice abbia intenso impossibile effettuare un controllo su materiale diffamante inserito in un "aggregatore" (forse tutti i servizi di google potrebbero essere così catalogati) dove vengono immessi numerosissimi contenuti. Si può anche presumere come non sia identificabile, non essendo google una testata giornalistica, il direttore responsabile che doveva controllare tanto quanto l'editore e lo stampatore (queste figure in un sito non registrato al tribunale come testata giornalistica non esistono).

Sulla sentenza si esprime anche Marco Pancini, responsabile dei rapporti istituzionali di Google Italia :" [...] un attacco ai principi fondamentali di liberta' sui quali e' stato costruito Internet. La normativa vigente e' stata definita appositamente per mettere gli Internet service provider al riparo dal danno di responsabilita', a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. Se questi principi vengono meno, e se siti come i blog, Facebook, Youtube vengono ritenuti responsabili del controllo di ogni video, significherebbe la fine di Internet come oggi lo conosciamo, con tutte le conseguenze politiche e tecnologiche. Si tratta di principi per noi importanti, percio' continueremo a seguire i nostri colleghi in appello".

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